estategreca
Fine di estategreca. Nella foto i fuochi d’artificio della notte del 25 agosto, poco dopo la fine di un concerto dei Ricchi e Poveri. Ne racconto in questo pezzo pubblicato su www.minimaetmoralia.it, dal titolo ‘I Ricchi e Poveri, la crisi e la fine dell’estate’. Che l’anguria resti, fin dentro l’inverno, dentro la mente di ciascuno. 
Mi capita, spesso, di navigare tra le bacheche Facebook di gente che non conosco. Mi spinge la curiosità. A volte, invece, mi solletica il gusto speculativo dell’immersione sociale. Il piacere cresce mano a mano che mi allontano, di notte, dalla cerchia dei miei contatti, tra i quali, per esempio, non figurano i piloti di motoscafi, gli studenti di matematica, di botanica, le persone di fede musulmana o i collezionisti di vecchie schede telefoniche nei quali m’imbatto girovagando. Quasi sempre, in base ad una legge che ignoro, mi stupisco nel riscontrare che quello stesso giorno, o soltanto pochi giorni prima, sulla bacheca sbirciata si festeggi, o si sia appena festeggiato, un compleanno. “Auguri:)))”; “Sei un grande…abbraccio:)”. Perché mi ritrovo, puntualmente, in mezzo ad una pioggia, ad una schermata bianca di auguri di compleanno? Non so se ci sia un motivo, una ragione, in questo ricorrente giallo informatico, ma garantisco che mi è capitato davvero troppe volte. Anche ieri. I segni cospirano in qualche direzione, a volte indecifrabile, a volte, invece, più interpretabile.
Questa estate 2012, trovandomi temporaneamente senza lavoro, e alle prese con una serie di complicazioni riguardo la gestione della casa in cui vivo a Milano, trovandomi quindi anch’io agganciato come un’orata all’uncino fetido della crisi, decidevo, intorno agli inizi di luglio, di tornare per un periodo a casa dei mie genitori − alta Toscana − a metà strada tra Massa e Marina di Massa. Arrivato in città, ero completamente solo, dato che i miei vecchi amici del posto si sono da tempo trasferiti, in Europa o in altre città italiane. Ho cominciato a passare lunghe giornate in bicicletta − una vecchia ‘Guidi’ rossa, da donna, proveniente da uno storico negozio di Forte Dei Marmi, cigolante e con il sellino bloccato e non regolabile − a prendere appunti e scattare delle foto che sono finite su estategreca, un tumblr che ho deciso di aprire per raccontare, sinteticamente, discontinuamente e per frammenti, i segni della crisi nella mia città d’origine − i manifesti di un ‘compro oro’ nei pressi dell’ingresso di una fabbrica; il masochistico e meccanico avvitarsi di qualsiasi conversazione dentro l’argomento funereo della crisi o della mancanza di lavoro − insieme alle memorie che come foruncoli stavano riaffiorando, nel momento in cui passavo di fronte ad un campo da calcio, alla serratura di un portone, ad una targa commemorativa, che appartenevano ai luoghi della mia pubertà e dell’infanzia. Ho continuato a caricare foto e didascalie dalla metà di luglio fino alla sera del 25 agosto, il giorno prima del mio ritorno a Milano e del mio saluto all’estate.
Durante un campeggio di tre giorni in montagna, sulle Alpi Apuane, ho raccolto da terra un grillo, ed osservandolo, stando con gli scarponcini semiaffondati tra le infiltrazioni di un terreno paludoso, ho avuto l’occasione di allontanarmi, attraverso la contemplazione oggettiva, da tutto quanto stava a valle e sulle homepage dei quotidiani, a partire dal dibattito su Grillo e l’M5S. Corrisponde unicamente a questo piccolo insetto, che tengo stretto nel palmo della mano, il significato di quella parola che circola come una tossina giù a valle, mi sono detto. Durante la preparazione di un fuoco, o grazie al tepore del sacco a pelo, ho invece cancellato altro rumore: dalle gallery sexy del Corriere, che guardo ogni mattina, alla trattativa Stato Mafia e il ping pong tra Scalfari e Zagrebelsky. La notte del 25 agosto, invece, mi sono ritrovato, per puro caso, sotto il palco di un concerto dei ‘Ricchi e poveri’, in occasione della notte bianca organizzata dal Comune e dalle associazioni dei commercianti di Marina di Massa. Per me era un segno interpretabile, quel concerto, e la chiusura perfetta della mia estate greca. I ricchi e i poveri. Il concerto, gratuito, è stato finanziato non dalle casse in secca dell’ufficio cultura, ma dal portafoglio di un nuovo tycoon locale, titolare di un caffè in fase di lancio, dagli addobbi orientaleggianti − grandi statue di Buddha in ceramica − e proprietario, a Parigi, di una casa discografica (e un tempo mago e cartomante, mi hanno riferito in un bar). L’evento è costato 18mila euro e sulla stampa locale l’imprenditore viene già invocato, da alcuni, come nuovo assessore alla cultura.
Alla fine degli anni ’60, quando ancora erano in quattro, molti anni prima dell’allontanamento di Marina Occhiena dal gruppo, i Ricchi e Poveri si presentarono sul palco vestiti come ricchi, due di loro, come poveri, i restanti due. Non so da che cosa derivi la scelta di quel nome. Immagino che alla fine degli anni ’60, tuttavia, l’espressione ‘Ricchi e poveri’ attivasse nel pubblico, in modo immediato e diretto, il ricordo di un passato, un po’ crudo e bifolco, da cui grazie al boom e alle riforme ci stavamo allontanando: il ricordo di una società divisa in classi, senza sfumature. I ricchi e privilegiati da una parte, i poveri, incolti e brutti dall’altra. La sera del 25 agosto, invece, volendo tendere le orecchie, Ricchi e Poveri sembrava descrivere la situazione corrente, il quadro attuale, che riguarda un’immensa fascia sociale, il vecchio ceto medio sospinto verso la povertà e, nell’altro emisfero, un ristrettissimo gruppo di persone sempre più fortunate e facoltose: i ricchi come Marchionne, che guadagnano 400 volte lo stipendio di un metalmeccanico. Per fare un esempio.
Accanto a me, sicuramente, molti operai, e disoccupati, in ciabatte, appena riverniciati dalle abbronzature, accompagnati dalle mogli che agitavano il ventaglio, in una notte immobile e caldissima, e ripetevano a memoria le strofe di ‘La prima cosa bella’ (“Bis, bis, bis!!”) un pezzo molto affascinante, aurorale nella distanza da cui sembra sbrinarsi, spogliandosi dalla rugiada di un tempo felice e ormai remoto -si, gli anni ’60- per tornare, ancora, a luccicare nelle sinapsi e tra le memorie culturali degli italiani barbarici del nuovo millennio. Tornato a casa, quella notte, leggevo dell’abitudine diffusa tra gli abitanti dell’Uganda di tenere un ciuffo d’erba dentro il portafoglio, ‘per proteggere il denaro e attirarne dell’altro’. A fine concerto, sotto  qualche goccia di pioggia, la folla si è goduta i tradizionali fuochi d’artificio. Intanto, dai bar intorno alla piazza, arrivava il tormentone dell’estate, ‘Tacatà’, un pezzo di dance latina commerciale, scritto da due catanesi, Romano & Sapienza, dal testo scimmiesco, astratto, ottuso − para la gente que le gusta el Tacatà, ahora digo Atacabrò − così diverso dal racconto chiaro di ‘La prima cosa bella’, e semmai più conforme, ho immaginato, al lessico alieno sincopato a cui la crisi ci ha reso avvezzi: bond, spread, Monti, Draghi, Bric, Btp ecc. I Ricchi e Poveri sono poi scomparsi, dopo appena quaranta minuti di show, mentre nella notte bianca apparivano gruppi di culturisti sopra i piedistalli, scuole di danza sparpagliate tra la folla, venditori di quarzi e cristalli dalle proprietà terapeutiche. Ultime ore dell’estate greca, degli anticicloni Circe, Caronte, Lucifero, e come da vent’anni a questa parte, a settembre si comincerà a parlare di un autunno caldo, caldissimo.

Fine di estategreca. Nella foto i fuochi d’artificio della notte del 25 agosto, poco dopo la fine di un concerto dei Ricchi e Poveri. Ne racconto in questo pezzo pubblicato su www.minimaetmoralia.it, dal titolo ‘I Ricchi e Poveri, la crisi e la fine dell’estate’. Che l’anguria resti, fin dentro l’inverno, dentro la mente di ciascuno. 

Mi capita, spesso, di navigare tra le bacheche Facebook di gente che non conosco. Mi spinge la curiosità. A volte, invece, mi solletica il gusto speculativo dell’immersione sociale. Il piacere cresce mano a mano che mi allontano, di notte, dalla cerchia dei miei contatti, tra i quali, per esempio, non figurano i piloti di motoscafi, gli studenti di matematica, di botanica, le persone di fede musulmana o i collezionisti di vecchie schede telefoniche nei quali m’imbatto girovagando. Quasi sempre, in base ad una legge che ignoro, mi stupisco nel riscontrare che quello stesso giorno, o soltanto pochi giorni prima, sulla bacheca sbirciata si festeggi, o si sia appena festeggiato, un compleanno. “Auguri:)))”; “Sei un grande…abbraccio:)”. Perché mi ritrovo, puntualmente, in mezzo ad una pioggia, ad una schermata bianca di auguri di compleanno? Non so se ci sia un motivo, una ragione, in questo ricorrente giallo informatico, ma garantisco che mi è capitato davvero troppe volte. Anche ieri. I segni cospirano in qualche direzione, a volte indecifrabile, a volte, invece, più interpretabile.

Questa estate 2012, trovandomi temporaneamente senza lavoro, e alle prese con una serie di complicazioni riguardo la gestione della casa in cui vivo a Milano, trovandomi quindi anch’io agganciato come un’orata all’uncino fetido della crisi, decidevo, intorno agli inizi di luglio, di tornare per un periodo a casa dei mie genitori − alta Toscana − a metà strada tra Massa e Marina di Massa. Arrivato in città, ero completamente solo, dato che i miei vecchi amici del posto si sono da tempo trasferiti, in Europa o in altre città italiane. Ho cominciato a passare lunghe giornate in bicicletta − una vecchia ‘Guidi’ rossa, da donna, proveniente da uno storico negozio di Forte Dei Marmi, cigolante e con il sellino bloccato e non regolabile − a prendere appunti e scattare delle foto che sono finite su estategreca, un tumblr che ho deciso di aprire per raccontare, sinteticamente, discontinuamente e per frammenti, i segni della crisi nella mia città d’origine − i manifesti di un ‘compro oro’ nei pressi dell’ingresso di una fabbrica; il masochistico e meccanico avvitarsi di qualsiasi conversazione dentro l’argomento funereo della crisi o della mancanza di lavoro − insieme alle memorie che come foruncoli stavano riaffiorando, nel momento in cui passavo di fronte ad un campo da calcio, alla serratura di un portone, ad una targa commemorativa, che appartenevano ai luoghi della mia pubertà e dell’infanzia. Ho continuato a caricare foto e didascalie dalla metà di luglio fino alla sera del 25 agosto, il giorno prima del mio ritorno a Milano e del mio saluto all’estate.

Durante un campeggio di tre giorni in montagna, sulle Alpi Apuane, ho raccolto da terra un grillo, ed osservandolo, stando con gli scarponcini semiaffondati tra le infiltrazioni di un terreno paludoso, ho avuto l’occasione di allontanarmi, attraverso la contemplazione oggettiva, da tutto quanto stava a valle e sulle homepage dei quotidiani, a partire dal dibattito su Grillo e l’M5S. Corrisponde unicamente a questo piccolo insetto, che tengo stretto nel palmo della mano, il significato di quella parola che circola come una tossina giù a valle, mi sono detto. Durante la preparazione di un fuoco, o grazie al tepore del sacco a pelo, ho invece cancellato altro rumore: dalle gallery sexy del Corriere, che guardo ogni mattina, alla trattativa Stato Mafia e il ping pong tra Scalfari e Zagrebelsky. La notte del 25 agosto, invece, mi sono ritrovato, per puro caso, sotto il palco di un concerto dei ‘Ricchi e poveri’, in occasione della notte bianca organizzata dal Comune e dalle associazioni dei commercianti di Marina di Massa. Per me era un segno interpretabile, quel concerto, e la chiusura perfetta della mia estate greca. I ricchi e i poveri. Il concerto, gratuito, è stato finanziato non dalle casse in secca dell’ufficio cultura, ma dal portafoglio di un nuovo tycoon locale, titolare di un caffè in fase di lancio, dagli addobbi orientaleggianti − grandi statue di Buddha in ceramica − e proprietario, a Parigi, di una casa discografica (e un tempo mago e cartomante, mi hanno riferito in un bar). L’evento è costato 18mila euro e sulla stampa locale l’imprenditore viene già invocato, da alcuni, come nuovo assessore alla cultura.

Alla fine degli anni ’60, quando ancora erano in quattro, molti anni prima dell’allontanamento di Marina Occhiena dal gruppo, i Ricchi e Poveri si presentarono sul palco vestiti come ricchi, due di loro, come poveri, i restanti due. Non so da che cosa derivi la scelta di quel nome. Immagino che alla fine degli anni ’60, tuttavia, l’espressione ‘Ricchi e poveri’ attivasse nel pubblico, in modo immediato e diretto, il ricordo di un passato, un po’ crudo e bifolco, da cui grazie al boom e alle riforme ci stavamo allontanando: il ricordo di una società divisa in classi, senza sfumature. I ricchi e privilegiati da una parte, i poveri, incolti e brutti dall’altra. La sera del 25 agosto, invece, volendo tendere le orecchie, Ricchi e Poveri sembrava descrivere la situazione corrente, il quadro attuale, che riguarda un’immensa fascia sociale, il vecchio ceto medio sospinto verso la povertà e, nell’altro emisfero, un ristrettissimo gruppo di persone sempre più fortunate e facoltose: i ricchi come Marchionne, che guadagnano 400 volte lo stipendio di un metalmeccanico. Per fare un esempio.

Accanto a me, sicuramente, molti operai, e disoccupati, in ciabatte, appena riverniciati dalle abbronzature, accompagnati dalle mogli che agitavano il ventaglio, in una notte immobile e caldissima, e ripetevano a memoria le strofe di ‘La prima cosa bella’ (“Bis, bis, bis!!”) un pezzo molto affascinante, aurorale nella distanza da cui sembra sbrinarsi, spogliandosi dalla rugiada di un tempo felice e ormai remoto -si, gli anni ’60- per tornare, ancora, a luccicare nelle sinapsi e tra le memorie culturali degli italiani barbarici del nuovo millennio. Tornato a casa, quella notte, leggevo dell’abitudine diffusa tra gli abitanti dell’Uganda di tenere un ciuffo d’erba dentro il portafoglio, ‘per proteggere il denaro e attirarne dell’altro’. A fine concerto, sotto  qualche goccia di pioggia, la folla si è goduta i tradizionali fuochi d’artificio. Intanto, dai bar intorno alla piazza, arrivava il tormentone dell’estate, ‘Tacatà’, un pezzo di dance latina commerciale, scritto da due catanesi, Romano & Sapienza, dal testo scimmiesco, astratto, ottuso − para la gente que le gusta el Tacatà, ahora digo Atacabrò − così diverso dal racconto chiaro di ‘La prima cosa bella’, e semmai più conforme, ho immaginato, al lessico alieno sincopato a cui la crisi ci ha reso avvezzi: bond, spread, Monti, Draghi, Bric, Btp ecc. I Ricchi e Poveri sono poi scomparsi, dopo appena quaranta minuti di show, mentre nella notte bianca apparivano gruppi di culturisti sopra i piedistalli, scuole di danza sparpagliate tra la folla, venditori di quarzi e cristalli dalle proprietà terapeutiche. Ultime ore dell’estate greca, degli anticicloni Circe, Caronte, Lucifero, e come da vent’anni a questa parte, a settembre si comincerà a parlare di un autunno caldo, caldissimo.

Francesca Genti sull’estate

Una poesia di Francesca Genti sull’estate, lasciata su Facebook il 26 agosto. Oltre a me, è piaciuta a 59 persone e ha avuto 7 condivisioni. Qualcuno ha commentato: “E’ la pesca l’ingrediente segreto”.

LA CARCASSA DELL’ESTATE

È una domenica di tipo terminale
le distrazioni non sono contemplate:
tutto quello che puoi, che riesci a fare
è annusare la carcassa dell’estate. 

Gonfia di luce, mare e sale appare
bestia fatata ai limiti del bosco,
così stupenda nel suo morire piano, 

zombie dell’agosto che scompare.

Sono passati due terzi dell’estate:
è ora che guardi morire l’animale,
che dici ciao a tutte quelle fate
che le stanno preparando il funerale.
Tratto da un fotogramma dell’Istituto Luce. La scritta è composta da una catena umana, per l’esattezza da bambini, figli di dipendenti Fiat, ospiti di una colonia sul mare, intorno agli anni ‘30. Un paio d’anni fa, ispirandoci ad un passaggio di un libro di Giorgio Vasta, insieme ad un gruppo di amici ci venne in mente di ricreare lo stesso scatto, dalla medesima angolazione, con oggetto la scritta ‘W BERLUSCONI’, ma poi non se ne fece più niente.

Tratto da un fotogramma dell’Istituto Luce. La scritta è composta da una catena umana, per l’esattezza da bambini, figli di dipendenti Fiat, ospiti di una colonia sul mare, intorno agli anni ‘30. Un paio d’anni fa, ispirandoci ad un passaggio di un libro di Giorgio Vasta, insieme ad un gruppo di amici ci venne in mente di ricreare lo stesso scatto, dalla medesima angolazione, con oggetto la scritta ‘W BERLUSCONI’, ma poi non se ne fece più niente.

Si tratta di una riproduzione uno a uno dell’originale di una scala in marmo, poi rimossa, un tempo collocata all’interno della vecchia Colonia Torino -oggi un B&B- realizzata da un artista olandese con la curatela di Emanuele Guidi. La Colonia Torino fu progettata da Ettore Sottsass e costruita, per volontà della Federazione Fasci di Torino, alla metà degli anni Trenta. 

Si tratta di una riproduzione uno a uno dell’originale di una scala in marmo, poi rimossa, un tempo collocata all’interno della vecchia Colonia Torino -oggi un B&B- realizzata da un artista olandese con la curatela di Emanuele Guidi. La Colonia Torino fu progettata da Ettore Sottsass e costruita, per volontà della Federazione Fasci di Torino, alla metà degli anni Trenta. 

Un camper abbandonato (da quanto? e da chi?) ritrovato nel comune di Seravezza. Al momento non è stato possibile leggerne le targhe nè recuperarlo, a causa della mole e della inspiegabile collocazione.

Un camper abbandonato (da quanto? e da chi?) ritrovato nel comune di Seravezza. Al momento non è stato possibile leggerne le targhe nè recuperarlo, a causa della mole e della inspiegabile collocazione.

L’Hotel Byron di Forte Dei Marmi pare sia frequentato da una principessa araba. Ogni anno la principessa lascia alle cameriere e alle addette alle pulizie parte degli abiti acquistati nelle boutiques di Forte Dei Marmi. Nella foto un vestitino bianco, passato dal guardaroba della principessa all’armadio della cugina di una delle addette alle pulizie del Byron. La griffe è ‘Fairy’, o qualcosa del genere. Era buio, e non sono riuscito a verificare. In ogni caso, Fairy qualcosa, cioè qualcosa, comunque sia, di simile ad una favola. 

L’Hotel Byron di Forte Dei Marmi pare sia frequentato da una principessa araba. Ogni anno la principessa lascia alle cameriere e alle addette alle pulizie parte degli abiti acquistati nelle boutiques di Forte Dei Marmi. Nella foto un vestitino bianco, passato dal guardaroba della principessa all’armadio della cugina di una delle addette alle pulizie del Byron. La griffe è ‘Fairy’, o qualcosa del genere. Era buio, e non sono riuscito a verificare. In ogni caso, Fairy qualcosa, cioè qualcosa, comunque sia, di simile ad una favola. 

Gli adesivi applicati nell’interno di una valigetta porta cd. La valigetta ritratta appartiene ad uno dei tanti deejay che, d’estate, lavorano nelle feste all’interno degli stabilimenti balneari. Solitamente la scaletta prevede uno zibaldone, eterno ritorno di successi estivi, che vanno dagli anni ‘60 alla stagione corrente. 

Gli adesivi applicati nell’interno di una valigetta porta cd. La valigetta ritratta appartiene ad uno dei tanti deejay che, d’estate, lavorano nelle feste all’interno degli stabilimenti balneari. Solitamente la scaletta prevede uno zibaldone, eterno ritorno di successi estivi, che vanno dagli anni ‘60 alla stagione corrente. 

Riposto questa foto, essendo passato di nuovo oggi di fronte alla località ritratta, e avendo fantasticato che qui s’installi per un paio di mesi, così come fa Radio Deejay quando si trasferisce d’estate a Riccione per le sue dirette, un palchetto coperto con la redazione di Cronaca Vera.

Riposto questa foto, essendo passato di nuovo oggi di fronte alla località ritratta, e avendo fantasticato che qui s’installi per un paio di mesi, così come fa Radio Deejay quando si trasferisce d’estate a Riccione per le sue dirette, un palchetto coperto con la redazione di Cronaca Vera.

Un pezzo in cui racconto del casuale incontro con un architetto tedesco e del suo modo molto ricercato d’indossare gli occhiali da sole.

Chiamiamolo ‘Dente’, come il cantautore, per tutelarne la privacy. Dente è il bambino con la paletta e il berretto delle FS ritratto nella foto. L’ho conosciuto qualche giorno fa in stazione, mentre facendo su e giù lungo il binario annunciava i treni in arrivo: ‘In arrivo l’Intercity per Firenze delle 18 e 24’. E’ un bambino molto intelligente e comunicativo. Mi ha confessato -come se ci trovassimo nel 1939, nel 1953, in un film neorealista, in una commedia di Camillo Mastrocinque, in uno di quei bellissimi film in b\n ritrasmessi in tv d’estate per tappare i buchi di programmazione- che la sua grande aspirazione è poter prima o poi lavorare nelle Ferrovie dello Stato. Non come manovratore o capotreno, ma come ingegnere ferroviario. Ho immaginato di chiamarlo Dente dopo aver visto quel suo bellissimo cappello, trovandolo più originale rispetto al cappello da marinaio indossato da Vinicio Capossela, o gli altri cappelli indossati nel mondo del cantautorato italiano, come quelli alla Dylan di De Gregori.

Chiamiamolo ‘Dente’, come il cantautore, per tutelarne la privacy. Dente è il bambino con la paletta e il berretto delle FS ritratto nella foto. L’ho conosciuto qualche giorno fa in stazione, mentre facendo su e giù lungo il binario annunciava i treni in arrivo: ‘In arrivo l’Intercity per Firenze delle 18 e 24’. E’ un bambino molto intelligente e comunicativo. Mi ha confessato -come se ci trovassimo nel 1939, nel 1953, in un film neorealista, in una commedia di Camillo Mastrocinque, in uno di quei bellissimi film in b\n ritrasmessi in tv d’estate per tappare i buchi di programmazione- che la sua grande aspirazione è poter prima o poi lavorare nelle Ferrovie dello Stato. Non come manovratore o capotreno, ma come ingegnere ferroviario. Ho immaginato di chiamarlo Dente dopo aver visto quel suo bellissimo cappello, trovandolo più originale rispetto al cappello da marinaio indossato da Vinicio Capossela, o gli altri cappelli indossati nel mondo del cantautorato italiano, come quelli alla Dylan di De Gregori.

Io, Gilles Deleuze e un esperimento realizzato con mia nipote Ada, con cui ho passato qualche tempo di quest’estategreca.

Maskara è un locale sul lungomare. Sembra il nome di un gruppo eurodance, il titolo di un romanzo rosa da bancarella estiva, con al centro un uxoricidio. Il Maskara, in realtà, è una sorta di bunker sociourbano, in cui il mito edonistico e ludico dell’estate combatte corpo a corpo contro la crisi, che da ogni lato stringe un implacabile assedio. Qui tutto aspira al divertimento. Il titolare (il ragazzo in maglietta verde) spesso si lancia sul marciapiede, con un radiomicrofono guasto, cercando di convincere i pochissimi passanti ad entrare per l’aperitivo: “E andiamooooo, signoriiii!”. Tra 0,20 e 0,28, il cliente di spalle, in polo rosa, ha una sorta di spasmo, di sussulto elettrico. Il corpo cerca di aderire al ritmo della musica, di afferrare lo spirito dell’estate, ma poi tutto si riassorbe e il ragazzo si passa una mano tra i capelli. Da 0,48 in poi ho cercato di entrare nell’atmosfera del luogo, anche da un punto di vista registico, cercando di simulare lo stile di ripresa di ‘Lucignolo’ e degli altri videomagazine dedicati al mondo della notte e del divertimento. Il pezzo è ‘Tacatà’ di Romano & Sapienza, un duo di producer siciliani. Appartiene a quel genere commerciale latino che attraversa e satura lo spazio sonoro estivo. Una ipercinetica spazzatura acustica che si riversa sull’estate, come una mareggiata, e scompare in autunno.

La posizione raggiunta da ‘Tacatà’ nelle charts europee.

La posizione raggiunta da ‘Tacatà’ nelle charts europee.